giovedì 13 ottobre 2016

Fuocoammare segna il tempo



di Michele Cucuzza


Mentre gli addetti ai lavori litigavano per stabilire se “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi è un film o un documentario e soprattutto se era il caso di candidarlo agli Oscar per rappresentare l'Italia (e i dubbi sovrastavano i consensi), 2 milioni e 200 mila cittadini comuni hanno voluto vederlo l'altra sera su Raitre. Una discreta fetta della platea televisiva, più consistente di coloro che hanno seguito - per fare un paragone - un reality di successo come “Pechino Express”. Nel frattempo si è saputo che sono 62 i paesi stranieri che distribuiranno “Fuocoammare”, segno che l'opera di Gianfranco Rosi, Orso d'oro al festival di Berlino, incuriosisce e convince ben oltre il prevedibile fronteggiarsi, a casa nostra e sui social, delle schiere contrapposte di “migranti sì, migranti no”. 
Certo, il regista non manca di segnalarci, nei titoli di testa, che in questi anni a Lampedusa sono fortunosamente sbarcati 400 mila profughi, mentre in mare, nel canale di Sicilia, ne sono morti in 15 mila. Le immagini e i sonori raccontano senza finzione e senza enfasi ricattatorie quel che succede ogni giorno da quelle parti: “In nome di Dio” invocano i migranti gracchiando al telefonino nella speranza di approdare, “abbiamo bambini piccoli”. “Qual è la vostra posizione?” insiste la guardia costiera: i rifugiati non rispondono, quel che segue è un silenzio eloquente. 
Ma Rosi racconta anche altro: in “Fuocoammare” c'è l'isola e la sua gente. Cambiate di sicuro, ma sempre cariche di speranza e tradizione: c'è soprattutto il piccolo Samuele, che scopriremo essere il protagonista. Con il coltello ricava fiero da un pino una fionda, con cui medita di abbattere gli uccelli: “è perfetta, ci vuole passione” sorride a un coetaneo. Intanto il dj di una radio locale canticchia una canzone napoletana davanti al microfono spento: la nonna di Samuele sospira in siciliano “poveri cristiani” mentre prepara il minestrone e ascolta su “Delta news” la radiocronaca di un naufragio con vittime. Senza casco ora il ragazzino scorrazza sul motorino, suo nonno pescatore a riposo mostra la galleria di foto dei ricordi che ha attaccato alle pareti della sua imbarcazione intanto che un medico fa l'ecografia a una migrante in attesa di due gemelli. C'è vita a Lampedusa, questa vita: i ritmi quotidiani, condizionati, segnati, resistono e si adattano. Adesso Samuele e l'amichetto intagliano con i coltelli le pale dei fichidindia: sono i loro bersagli di fionde e petardi. I rifugiati tratti in salvo vengono visitati, fotografati, rivestiti, rifocillati. Il ragazzino fa i compiti, la nonna rievoca ricordi indelebili sedimentati al largo di Lampedusa in tempo di guerra: le navi militari per perlustrare il mare tiravano in aria i razzi illuminanti, l'orizzonte si accedeva di rosso ed era fuoco a mare. 
Ora Samuele scopre di avere l'occhio destro “pigro”: l'oculista gli prescrive la benda su quello di sinistra. Più in là i migranti pregano, poi cantano in coro. Qualcuno di loro racconta: “in Nigeria c'erano i bombardamenti, nel Sahara ci sono stati morti e stupri, in Libia c'era l'Isis, decine dei nostri sono finiti in prigione, non potevamo rimanere là, siamo scappati verso il mare”. Samuele intanto, sulla barca ormeggiata al pontile, “si fa lo stomaco”, come gli ha chiesto il padre: impara a reggere al beccheggio senza farsi venire il mail di mare. I profughi finalmente telefonano a casa, dagli apparecchi pubblici: Samuele con l'occhio bendato tira di fionda agli uccelli; il dj della radio locale manda in onda una dedica, la canzone dialettale “Amuri carritteri”. Lampedusa vive così, tra contrapposizioni e affiancamenti, il dramma di un'epoca e l'affacciarsi di una giovane esistenza, la memoria di una famiglia legata al mare e le angosce recenti di chi, oltre il mare, ha lasciato tutto. In definitiva non so se “Fuocoammare” sia un documentario oppure un film. Non so nemmeno se i temi toccati siano troppo forti e di non immediata fruizione. Sono però sicuro che il film di Rosi, per una volta, rappresenterà a Los Angeles il cinema testimone del nostro tempo. E questo è già un premio.

Fonte: Corriere dell'Umbria